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LA CHIAVE DELL’ASCENSORE

18€

Dettagli

Inizio:
23 novembre
Fine:
25 novembre
Prezzo:
18€
Categoria Evento:

Accademia degli Artefatti / Florian Metateatro

LA CHIAVE DELL’ASCENSORE

di Agota Kristof (Traduzione di Elisabetta Rasy)
con Anna Paola Vellaccio
Regia e ambientazione: Fabrizio Arcuri
Assistente alla regia: Francesca Zerilli
Assistente in scena: Edoardo De Piccoli
Cura: Giulia Basel
Foto di scena: Roberta Verzella
Grafica: Antonio Stella

La chiave dell’ascensore, scritto nel 1977, è la storia, drammatica e crudele, di una donna tenuta sotto sequestro dal proprio marito che, con l’aiuto di un medico compiacente, infierisce su di lei sottoponendola a orrende mutilazioni. I due uomini arrivano al punto di privarla dell’uso delle gambe e a renderla cieca. Il testo teatrale si costruisce sulla figura della donna straziata, alla quale rimane solo la voce per gridare al mondo la sua orribile storia e denunciare i soprusi subiti.

“Alle vittime non resta che una chance, nel claustrofobico spazio che sono condannate ad abitare: far sapere che c’è un’altra versione dei fatti”.
L’urlo che irrompe  a sipario ancora chiuso, proprio all’inizio de La chiave dell’ascensore, ci mette subito in guardia: sotto la superficie della scena che ci si apre dinnanzi (una Donna che attende l’arrivo del Marito nella loro casa) c’è qualcosa di invisibile ma minaccioso; la favola nasconde una realtà ben più prosaica. Anche dal tono pacato della protagonista, del resto, emerge di tanto in tanto la sua vera condizione, che l’ha resa folle: è segregata in casa dal consorte, il solo ad avere la chiave dell’unico ascensore che conduce fuori dall’abitazione isolata e immersa in un bosco lontano dalla città.
Se dovessimo diagnosticare una patologia a questa Donna, propenderemmo per il disturbo dissociativo della personalità, giacché almeno due anime convivono in lei, scontrandosi: da una parte c’è il desiderio di compiacere il marito, di esser una brava moglie (e il rammarico di non esserlo abbastanza, tipico di chi è succube anche psicologicamente), dall’altra cova il sentimento, più o meno consapevole, della propria condizione di reclusa e la conseguente volontà d’esser libera, espressa con la brama per la foresta che circonda la casa, luogo dove ci si può perdere abbandonandosi a ciò che ci è estraneo, all’incontro con l’Altro (incarnato da un Guardiacaccia). Questa passione, combattuta dal Marito in quanto minaccia alla coesione autosufficiente della coppia e rimossa dalla Donna nell’apparente accettazione del volere del coniuge (che, stando alle parole della protagonista, agirebbe per il bene di lei) torna in una forma più violenta provocandole scatti di follia.

Il Marito, nel suo delirio, cerca di eliminare ogni istanza della moglie che non sia rivolta al loro amore, arrivando fino alla mutilazione fisica: la priva delle gambe (costringendola su una sedia a rotelle, così non può uscire dal loro nido), dell’udito (non potrà più sentire i richiami del mondo esterno) e degli occhi, che rappresentano sia il mezzo per osservare ciò che la circonda sia quello per esprimere le proprie emozioni, rivelando magari la sua contrarietà nei confronti dei piani del partner.
Mio marito trova che sono più bella così. Dice che adesso i miei occhi conservano sempre la loro espressione dolce e sognante. Mentre prima gli capitava talvolta di scoprire nel mio sguardo un piccolo lampo di ostilità o addirittura di odio.

Ma è una lotta che l’oppressore non può vincere, sembra dirci Kristóf, almeno sul piano dell’assoggettamento mentale: il desiderio di libertà è insopprimibile; la Donna, piegata, resa folle, scissa, conserva comunque la volontà di essere un individuo e non cede all’assimilazione. Potranno toglierle la vita, ma non si farà strappare la voce per gridare al mondo la sua condizione. Nel teatro, luogo dell’incontro per eccellenza essendo fondato sul rapporto diretto tra attori e pubblico, l’autrice di origini ungheresi trova il mezzo ideale per esprimere il suo messaggio: la speranza è nella parola, nella comunicazione con gli altri.
Frasi brevi, una sintassi cruda, dialoghi ridotti all’essenziale, assenza di aggettivi: il fascino di questo testo teatrale sta proprio nell’economia di mezzi e nella loro intensità.

Una stanza che gli spettatori sbirciano da una finestra. Avvolta dalle volute della nebbia  e dal vento che le muove i capelli…la donna racconta la storia a se stessa, la racconta per l’ennesima volta. Tutto è reale e simbolico allo stesso tempo le luci, i rumori, la voce che le fa eco che le rimbomba nella testa, mentre accetta ogni privazione, accetta di non muoversi più, di non sentire più, di non vedere più, fino a che non arriva la minaccia. Piuttosto la vita ma non la voce. Perdere la voce significa perdere la possibilità di esprimersi più di qualunque altro senso. Allo spettatore non resta che cadere lentamente dentro le maglie di questa tragedia che da favola pian piano svela il suo risvolto fino ad arrivare ad essere baratro, nera testimonianza di tanti soprusi di cui le nostre cronache sono piene.